La Cosa (2011): Anatomia di un contagio inevitabile
Scrivere il prequel di un film considerato perfetto è un suicidio artistico, oppure un atto di estremo coraggio. Il regista Matthijs van Heijningen Jr. sceglie la seconda strada, decidendo di non "rifare" il classico di Carpenter, ma di documentare minuziosamente le ore che hanno portato alla distruzione della base norvegese Thule.
Se l'originale era un thriller sulla paranoia, questo capitolo è un body horror biologico che analizza la capacità di adattamento di un predatore che non appartiene alla nostra evoluzione.
Il ritrovamento: l’errore della curiosità
Antartide, 1982. Una paleontologa, Kate Lloyd (Mary Elizabeth Winstead), viene portata in una base isolata per esaminare una struttura aliena sepolta nel ghiaccio da centomila anni. Insieme a lei, un organismo preservato dal freddo. L'errore è lo stesso di Life: la scienza che scambia un pericolo esistenziale per un’opportunità di gloria.
Appena il ghiaccio si scioglie, l’alieno si risveglia. Ma non è un mostro che attacca e scappa; è un parassita che assorbe, digerisce e imita. Il film brilla nel mostrarci la "prima volta" in cui gli esseri umani realizzano che il loro collega non è più un uomo, ma una copia perfetta fatta di cellule aliene.
Kate Lloyd: la razionalità contro il caos
Mary Elizabeth Winstead interpreta una versione moderna e femminile della razionalità scientifica. A differenza dei norvegesi, Kate capisce subito la biologia della creatura: l'alieno non può imitare i materiali inorganici. Le otturazioni dentali, i gioielli, le placche ossee diventano gli unici strumenti per distinguere l'uomo dalla Cosa.
È una caccia all'uomo dove la prova non è nel sangue (come nel test di MacReady), ma nei dettagli fisici che l'alieno non riesce a replicare. Kate non è una guerriera per scelta, ma per logica: capisce che se anche una sola cellula dell'organismo raggiungesse la civiltà, sarebbe la fine per la razza umana.
La tragedia dei Norvegesi
Il film è disseminato di indizi che si collegano direttamente all'inizio del film di Carpenter: l'ascia conficcata nel muro, il suicidio del ricercatore, il corpo "fuso" che verrà poi ritrovato tra le macerie. È una sorta di puzzle macabro che si incastra perfettamente con il capolavoro del 1982.
Mentre nel film originale il mostro era spesso nascosto, qui la CGI (purtroppo preferita agli effetti pratici in fase di post-produzione) ci mostra trasformazioni impossibili, esplosioni di carne e mutazioni che ricordano i disegni di una biologia infernale. È un film visivo, crudo, che non risparmia nulla allo spettatore.
Il cerchio si chiude
La forza del film sta tutta nel finale. Le ultime inquadrature, accompagnate dal tema iconico di Ennio Morricone, mostrano l'elicottero norvegese che decolla per inseguire un husky che scappa sulla neve. In quel momento, il prequel smette di essere tale e diventa l'inizio di una storia che già conosciamo. La tragedia è completa: i norvegesi hanno fallito, e il testimone della morte passa alla base americana.
Perché rivederlo oggi
Nonostante sia stato ingiustamente snobbato come un "remake travestito", La Cosa del 2011 è un ottimo esempio di come si possa espandere un universo narrativo rispettando il materiale originale. È un film che vive di dettagli e che analizza la biologia dell'orrore in modo quasi chirurgico.
In un blog che analizza l'isolamento e la minaccia invisibile, questo film è il pezzo mancante che unisce la fantascienza classica al body horror moderno. È il monito definitivo: certe cose dovrebbero restare sepolte nel ghiaccio.
Commenti
Posta un commento