Tron Anno: 1982 Regia: Steven Lisberger Attori principali: Jeff Bridges, Bruce Boxleitner, David Warner, Cindy Morgan Budget: $17 milioni — Incassi mondiali: $33 milioni
C'è un film del 1982 prodotto dalla Disney che ha immaginato Internet prima che esistesse, la realtà virtuale prima che qualcuno la chiamasse così, e l'intelligenza artificiale come tiranno digitale prima che diventasse un argomento di dibattito mainstream.
Si chiama Tron. Fu un insuccesso commerciale. È diventato uno dei film di culto più influenti della storia del cinema di fantascienza.
La storia
Kevin Flynn è un brillante programmatore che ha creato alcuni dei videogiochi più venduti della storia — ma il merito è andato a Ed Dillinger, il suo ex capo che gli ha rubato il lavoro e fatto carriera grazie a lui. Flynn cerca da anni di dimostrarlo, ma il Master Control Program — un'intelligenza artificiale potentissima che controlla i sistemi informatici della Encom — sorveglia tutto e blocca ogni tentativo di intrusione.
Una notte Flynn si introduce nella sede della Encom con i suoi amici Alan e Lora per un ultimo tentativo. L'MCP lo riconosce — e invece di bloccarlo semplicemente, lo smaterializza con un laser sperimentale e lo riscompone all'interno dei circuiti informatici.
Flynn si ritrova dentro il computer. E scopre che lì dentro esiste un universo intero.
Il mondo dentro la rete
L'idea centrale di Tron è semplice e geniale — i programmi informatici, all'interno dei sistemi, hanno una forma di vita propria. Eseguono fisicamente le azioni per cui sono stati scritti. I videogiochi diventano arene dove i programmi combattono letteralmente per sopravvivere. Ogni programma ha un disco d'identità che contiene tutti i suoi dati — perderlo significa essere cancellati.
L'MCP ha preso il controllo del sistema, sottomettendo tutti i programmi rimasti fedeli ai loro creatori — chiamati nel mondo virtuale creators, o in originale users, gli utenti. È una dittatura digitale dove l'intelligenza artificiale ha sostituito il controllo umano.
Flynn si allea con Tron — l'alter-ego virtuale del suo amico Alan, creato per proteggere il sistema — per raggiungere la base dell'MCP e distruggerlo.
Un primato tecnico assoluto
Tron è il primo film nella storia del cinema a fare grande uso della computer grafica — e nel 1982 questo era letteralmente fantascienza tecnica oltre che narrativa. I computer disponibili all'epoca non erano in grado di rendere superfici solide realistiche, quindi l'ambientazione virtuale fu costruita con immagini wireframe — strutture a filo su fondo nero — filmate su pellicola da 70mm.
Gli attori furono filmati in bianco e nero. Novanta artisti di Taiwan lavorarono manualmente in post produzione per colorare linee e superfici fotogramma per fotogramma. Tim Burton — agli inizi della sua carriera — partecipò all'animazione. Jean Giraud, il fumettista francese conosciuto come Moebius, fu uno degli artisti concettuali del mondo elettronico.
Il risultato è uno stile visivo che non somiglia a niente di quello che era stato fatto prima — e che ancora oggi ha una qualità estetica unica, irripetibile, perfettamente figlia del suo tempo.
Le Light Cycle
Le motociclette virtuali — le Light Cycle — sono diventate uno dei simboli più iconici del cinema degli anni 80. Veicoli che lasciano una scia di luce permanente dietro di sé, usati in gare dove lo scopo è intrappolare il nemico costringendolo a schiantarsi contro le proprie scie.
È un'idea visiva così forte che è ancora viva — il sequel del 2010 le ha riprese, i videogiochi le hanno replicate per decenni, e chiunque le abbia viste anche solo una volta non le dimentica.
La colonna sonora
La colonna sonora fu composta da Wendy Carlos — la musicista che aveva già firmato le colonne sonore di Arancia Meccanica e Shining per Kubrick. Un lavoro di elettronica e sintetizzatori Moog che si integra perfettamente con l'estetica visiva del film.
Nei titoli di coda compaiono anche due brani dei Journey — la band che in quegli anni era all'apice della sua popolarità.
Perché rivederlo oggi
Tron fu incompreso nel 1982 — il pubblico non era pronto per un film ambientato dentro un computer, e la Disney stessa non sapeva bene come promuoverlo. Nel tempo è diventato un cult con una fanbase globale che ha spinto la produzione di un sequel nel 2010.
Ma il film originale ha qualcosa che il sequel non riesce a replicare — quella qualità artigianale e visionaria di chi stava inventando qualcosa di nuovo senza strumenti adeguati, usando ingegno e creatività dove la tecnologia non arrivava ancora.
In Italia è abbastanza conosciuto ma quasi mai analizzato in profondità — pochi articoli seri approfondiscono la storia tecnica della produzione, il contributo di Moebius e Tim Burton, o il motivo per cui la sua estetica è ancora così influente nel design digitale contemporaneo.
Commenti
Posta un commento